Appuntamenti in Gennaio a Roma

Son passate le Festività Natalizie … è passata la Befana …. Sono terminati gli eventi a Roma? Assolutamente no! Dal sito ufficiale del Turismo di Roma Capitale leggiamo al link

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Sant’Antonio abate e la benedizione degli animali, 17 gennaio

Il docile maiale abitualmente raffigurato ai piedi dell’eremita Antonio, il primo abate del monachesimo cristiano, simbolizzerebbe la sconfitta delle tentazioni a cui il demonio sottoponeva il santo nei lunghi anni trascorsi nel deserto tra il III e il IV secolo. Suini in carne e ossa erano invece quelli che alcuni secoli più tardi giravano indisturbati nei paesi e nelle campagne dove sorgevano le comunità dei monaci antoniani, che li allevavano e ne utilizzavano il grasso per curare il famigerato Fuoco di Sant’Antonio. Dai maiali a tutti gli animali della quotidianità contadina il passo fu breve: il santo venne così eletto loro protettore e in occasione della sua festa divenne consuetudine impartire agli animali domestici una speciale benedizione. A Roma, la cerimonia si svolgeva fin dal 1437 sul sagrato della chiesa dell’Esquilino intitolata al santo, affollato fin dalle prime luci dell’alba da porci, somari, pecore, cavalli “pieni de fiocchi bianchi e rossi e gialli”, come scriverà in uno dei suoi sonetti Gioacchino Belli. A incantare romani e illustri stranieri di passaggio, tra cui Goethe, erano però soprattutto le magnifiche carrozze dei nobili o, negli ultimi anni del governo pontificio, la lunga fila di cavalli del Servizio Postale e le caratteristiche divise dei loro postiglioni – cappelli in feltro nero bordati d’oro, calzoni di pelle gialla, giubbetti verdi con risvolti rossi e alti stivali. La benedizione presupponeva naturalmente un’offerta alla chiesa, spesso cospicua: un guadagno che faceva gola anche ad altre parrocchie, tanto che nel 1831 si minacciò una “sospensione a divinis” per chi avesse compiuto il rito al di fuori della chiesa di Sant’Antonio. Agli inizi del Novecento, per problemi di traffico, la cerimonia venne tuttavia dirottata sulla scalinata della vicina chiesa di Sant’Eusebio, a pochi passi da piazza Vittorio, dove si svolge tuttora seppure in forma ridotta.

Sant’Agnese e gli agnelli, 21 gennaio

Trafitta con un colpo di spada alla gola, nel modo in cui si uccidevano gli agnelli, il 21 gennaio di un anno imprecisato all’inizio del IV secolo. Ed è proprio un agnello, simbolo di purezza e sacrificio, ad accompagnare nell’iconografia tradizionale la giovanissima martire romana Agnese, uccisa appena dodicenne, forse durante le persecuzioni di Diocleziano, nell’antico Stadio di Domiziano. Il suo corpo sarà sepolto nelle catacombe sulla via Nomentana, dove neanche un secolo dopo sarà costruita la basilica a lei intitolata per volere di Costanza, figlia dell’imperatore Costantino. E in quella basilica, ricostruita in forme grandiose da papa Onorio I nel VII secolo, il 21 gennaio di ogni anno, in occasione della memoria liturgica di Sant’Agnese, si rinnova un antico rito attestato fin dalla metà del Quattrocento: la benedizione degli agnelli. La storia della Chiesa a Roma ci racconta che due pecorelle o agnellini erano la tassa che la basilica doveva al collegio di canonici di San Giovanni in Laterano, e ancora oggi la solenne messa che precede la particolare benedizione è officiata dall’abate dei canonici regolari lateranensi. Alla cerimonia partecipano anche i frati dell’Abbazia delle Tre Fontane, che dal 1909 si sono fatti carico di continuare la secolare tradizione. Gli agnelli sono poi affidati alle cure delle suore di Santa Cecilia in Trastevere: con la loro lana saranno confezionati i pallii, le bianche stole riservate alle occasioni liturgiche più solenni che il papa consegna ai nuovi arcivescovi metropoliti nella festa dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, il 29 giugno.

Moed di piombo o Purim di Roma, 24 gennaio (tra gennaio e febbraio)

È un piccolo ma straordinario miracolo – la storia di uno scampato pericolo – quello che la comunità ebraica di Roma, la più antica d’Europa, ricorda ancora oggi nel secondo giorno del mese di Shevat, a cavallo tra gennaio e febbraio. I fatti risalgono al 1793, mentre i venti della Rivoluzione francese soffiavano sull’Europa. Il 13 gennaio (2 Shevat 5553), vedendo le coccarde tricolori della Repubblica francese, al grido di “Morte ai giacobini!” la folla antirivoluzionaria e papalina assale su via del Corso la carrozza del diplomatico Nicolas-Jean Hugon de Bassville, ferendolo a morte. Il giorno successivo, un gruppo di abitanti dei rioni Trastevere, Monti e Regola si dirige verso il Ghetto, considerato un covo di rivoluzionari e di sostenitori delle idee libertarie dei francesi. Sarà una giornata di tumulti, saccheggi e violenza, con tentativi ripetuti di appiccare il fuoco alle porte del Ghetto, all’epoca abitato da migliaia di persone, e al vicino Ponte Fabricio, conosciuto come Ponte dei Quattro Capi o Pons Judaeorum. Le milizie pontificie intervengono per sedare la sollevazione antiebraica, ma a disperdere definitivamente i facinorosi è un eccezionale, quanto inatteso, evento meteorologico: miracolosamente, il cielo sereno diventa improvvisamente plumbeo e la pioggia battente, i tuoni e i lampi spengono la furia di una folla ormai stanca e bagnata. Un evento straordinario in cui era possibile vedere l’azione di Dio e che gli ebrei romani iniziarono a commemorare istituendo la celebrazione del Moed (festa solenne) di piombo (dal colore del cielo), noto anche come Purim di Roma: come in altre occasioni liete, in tale giornata non si recita la supplica dolorosa del Tachannun.