I fantasmi di Roma tra storia e leggenda

Roma non è soltanto la città dei cesari, dei papi e dei monumenti millenari. Sotto la superficie della Capitale si snoda una trama fitta di miti e narrazioni popolari che hanno attraversato i secoli. Il folklore romano vanta una vasta galleria di presenze spettrali le cui storie, tramandate di generazione in generazione, affondano le radici in eventi storici reali, tragedie familiari ed esecuzioni capitali documentate.

Beatrice Cenci a Ponte Sant’Angelo

Una delle leggende più celebri è quella legata al fantasma di Beatrice Cenci. Nobildonna romana del XVI secolo, Beatrice fu protagonista di un tragico fatto di cronaca. Vittima delle continue violenze e soperchierie del padre, il conte Francesco Cenci, cospirò con la famiglia per farlo uccidere nel 1598. Scoperto il delitto, il processo si concluse con la condanna a morte di tutti i responsabili: papa Clemente VIII non concesse la grazia e la giovane fu decapitata l’11 settembre 1599 nel piazzale di Ponte Sant’Angelo.

La narrazione popolare vuole che ogni anno, nella notte tra il 10 e l’11 settembre, la figura di Beatrice riappaia lungo il ponte. La leggenda la descrive vestita con un abito bianco dell’epoca, mentre cammina lentamente fluttuando nell’aria e tenendo la propria testa recisa tra le mani, rievocando in eterno la tragedia che segnò la sua esistenza.

La Pimpaccia e il carro infuocato di Piazza Navona

Spostandosi verso Piazza Navona e Ponte Sisto, ci s’imbatte nella figura di Olimpia Maidalchini Pamphilj, nota al popolo romano con il dispregiativo di “Pimpaccia”. Cognata di papa Innocenzo X, la donna accumulò una ricchezza immensa e un enorme potere politico informale durante il pontificato del parente, attirandosi la profonda avversione dei cittadini.

Alla morte del pontefice nel 1655, secondo i racconti dell’epoca, la Pimpaccia riempì una carrozza con forzieri straripanti d’oro ed arredi preziosi prelevati dai palazzi apostolici per fuggire da Roma prima che i suoi oppositori potessero rivalersi su di lei. La leggenda racconta che il suo spettro sia condannato a ripercorrere quella via di fuga a bordo di una carrozza infuocata, trainata da cavalli neri che sputano fiamme, attraversando Ponte Sisto per sprofondare infine nelle acque del Tevere.

Mastro Titta, il boia di Roma

Accanto ai fantasmi di vittime e nobili figura anche la presenza del carnefice più noto della storia pontificia: Giambattista Bugatti, meglio conosciuto come Mastro Titta. Boia dello Stato Pontificio tra il 1796 e il 1864, Bugatti eseguì ben 516 sentenze capitali nell’arco della sua carriera.

Nonostante l’immagine cupa legata alla sua professione, nei resoconti d’archivio viene descritto come un uomo tranquillo e devoto al di fuori del lavoro. Il folklore romano narra che il suo fantasma vaghi ancora alle prime luci dell’alba nei pressi di Castel Sant’Angelo e Ponte Sant’Angelo, avvolto nel suo tipico mantello rosso. Si dice che la figura approcci i passanti per offrire una presa di tabacco, replicando il gesto rituale che compiva nei confronti dei condannati prima di condurli al patibolo.

Le mani di Costanza De Cupis

Tra le storie di forte impatto suggestivo figura anche quella di Costanza De Cupis, una nobildonna del XVII secolo famosa per la straordinaria bellezza delle sue mani. Un artista dell’epoca, affascinato dalla loro perfezione, ne realizzò persino un calco in gesso.

La tragedia colpì la donna quando si ferì gravemente a un dito con uno spillo: l’infezione degenerò presto in gangrena, costringendo i medici all’amputazione dell’arto prima che la nobildonna morisse per le complicazioni. Si tramanda che, nelle notti di luna piena, la sagoma della mano di Costanza sia visibile attraverso i vetri delle finestre di Palazzo De Cupis, affacciato su Piazza Navona.

Questi racconti, sospesi tra memoria documentata e suggestione popolare, continuano a nutrire l’identità culturale della città. Più che semplici storie di paura, le apparizioni romane rappresentano un patrimonio immateriale capace di raccontare le tensioni storiche, i drammi privati e l’immaginario collettivo della Capitale nei secoli passati.

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